Tra la metà degli anni Ottanta e i primi Novanta il nome più temuto negli uffici della Walt Disney Company non era quello di un dirigente rivale, ma quello di un ex dipendente: Don Bluth.

Un animatore cresciuto nel mito di Biancaneve, che aveva imparato il mestiere proprio a Burbank e che, deluso da ciò che lo studio era diventato, se ne andò sbattendo la porta per dimostrare al mondo che l’animazione tradizionale poteva ancora essere arte. E per qualche anno ci riuscì davvero, regalandoci alcuni dei film più amati (e più malinconici) della nostra infanzia. Primo fra tutti, per chi scrive: Fievel sbarca in America.

Le origini: un ragazzo di campagna innamorato di Biancaneve

Donald Virgil Bluth nasce il 13 settembre 1937 a El Paso, in Texas, ma cresce in una fattoria a Payson, nello Utah, in una numerosa famiglia mormone. Tra i suoi parenti c’è anche l’attore Fess Parker, il Davy Crockett della televisione americana. La folgorazione arriva da bambino, quando vede al cinema Biancaneve e i sette nani: da quel momento Don passa l’infanzia a ricopiare i personaggi Disney sui quaderni, tra una mungitura e l’altra.

Pubblicità

Nel 1955, a soli diciotto anni, realizza il sogno: viene assunto alla Disney come assistente animatore e lavora a La bella addormentata nel bosco sotto l’ala di John Lounsbery, uno dei leggendari “Nine Old Men“. Ma dopo circa un anno e mezzo molla tutto per partire missionario in Argentina per conto della Chiesa mormone, alla quale resterà devoto per tutta la vita. Al ritorno si laurea in letteratura inglese alla Brigham Young University e passa qualche anno alla Filmation, lavorando a serie televisive low cost come quelle di Archie: un’esperienza che gli farà capire, per contrasto, quanto ami l’animazione “piena”, ricca, cinematografica.

Il ritorno alla Disney e la grande fuga

Nel 1971 Bluth rientra alla Disney e scala rapidamente le gerarchie: lavora a Robin Hood, Le avventure di Winnie the Pooh, Le avventure di Bianca e Bernie e dirige l’animazione di Elliott il drago invisibile. Ma più sale, più si convince che lo studio abbia perso l’anima: dopo la morte di Walt, i budget si riducono, i tempi si accorciano, l’ambizione artistica evapora. Bluth e un gruppo di giovani colleghi passano le serate nel suo garage a studiare le tecniche d’oro degli anni Quaranta, quasi fossero carbonari dell’animazione classica.

Il 13 settembre 1979, il giorno del suo quarantaduesimo compleanno (e non è un caso: era un gesto simbolico), Bluth si dimette insieme ai fedelissimi Gary Goldman e John Pomeroy, seguiti nei giorni successivi da una dozzina di altri animatori. La stampa la chiama “la defezione“: la Disney perde in un colpo solo circa il 17% del suo reparto animazione ed è costretta a rinviare Red e Toby nemiciamici. Nel garage di Bluth nasce intanto il cortometraggio Banjo the Woodpile Cat, biglietto da visita del nuovo studio indipendente.

NIMH, Dragon’s Lair e il primo fallimento

Il primo lungometraggio della Don Bluth Productions è Brisby e il segreto di NIMH (1982), tratto dal romanzo di Robert C. O’Brien: un film cupo, elegante, con effetti di luce lavorati a mano e un’eroina, una timida topolina vedova, lontanissima dai canoni delle principesse. La critica lo adora, il pubblico un po’ meno: al botteghino va così così, anche per la distribuzione tiepida della MGM.

A salvare la baracca arriva, a sorpresa, un videogioco: Dragon’s Lair (1983), il leggendario arcade su laserdisc interamente animato dallo studio di Bluth, seguito da Space Ace. Le sale giochi impazziscono, il gioco diventa un fenomeno di costume.

Ma la crisi dei videogiochi del 1983-84 travolge tutto, e nel 1984 lo studio dichiara bancarotta. Bluth non molla: con il finanziere Morris Sullivan fonda la Sullivan Bluth Studios e di lì a poco trasferisce l’intera produzione a Dublino, in Irlanda, attratto dagli incentivi fiscali e dalla possibilità di formare da zero una generazione di animatori europei. È una scelta che cambierà per sempre l’industria irlandese: senza Bluth, oggi non esisterebbe probabilmente la Cartoon Saloon di Wolfwalkers.

Fievel sbarca in America: il capolavoro dell’emigrante

Ed eccoci al film del cuore. Nel 1984 Steven Spielberg, reduce da E.T., decide di produrre il suo primo film d’animazione con la neonata Amblin e sceglie proprio Bluth per dirigerlo. Il risultato è An American Tail (1986), da noi Fievel sbarca in America: la storia dei Mousekewitz, una famiglia di topi ebrei russi che nel 1885, dopo un pogrom di gatti che distrugge il loro villaggio di Shostka, si imbarca per l’America convinta che laggiù “non ci sono gatti” e “le strade sono lastricate di formaggio”. Durante una tempesta il piccolo Fievel cade in mare e finisce a New York da solo, dando il via a un’odissea alla ricerca della sua famiglia.

Fieve sbarca in america - la mente nostalgica

Le curiosità su questo film sono infinite. Il nome Fievel viene dal nonno di Spielberg, Philip, il cui nome yiddish era appunto Fievel: il film è, in filigrana, la storia dell’immigrazione ebraica della famiglia del regista di Schindler’s List, raccontata con i topi. La lavorazione fu tesissima: Spielberg e Bluth erano due autori con visioni fortissime, e si scontrarono più volte sulla durata (Spielberg voleva tagliare, Bluth resistere) e sul tono.

Perché il tono, diciamolo, è incredibilmente audace per un film “per bambini”: ci sono pogrom, sfruttamento del lavoro minorile, baraccopoli, politici corrotti, e un protagonista di sei-sette anni che vaga solo, affamato e ingannato da tutti in una metropoli ostile. È il Bluth più puro: la sua filosofia era che ai bambini si può mostrare qualsiasi cosa, anche la paura più nera, purché alla fine ci sia la luce.

Il cast di contorno è indimenticabile: il viscido Warren T. Rat, un gatto travestito da topo che gestisce un racket; il piccione francese Henri che sta costruendo la Statua della Libertà; l’orfana Tony Toponi (italoamericano fin dal nome); e soprattutto Tiger, il gattone vegetariano dal cuore tenero doppiato in originale da Dom DeLuise, attore feticcio di Bluth presente in mezza filmografia. E poi c’è il Topo Gigante di Minsk, una delle sequenze più spettacolari mai animate dallo studio.

Al botteghino fu un trionfo storico: circa 47 milioni di dollari solo negli Stati Uniti (oltre 80 nel mondo), che ne fecero il film d’animazione non-Disney di maggior incasso di sempre fino a quel momento, capace di battere nettamente Basil l’investigatopo, uscito lo stesso anno proprio dalla Disney. Fu il momento in cui a Burbank capirono di avere un problema serio: molti storici dell’animazione sostengono che il “Rinascimento Disney” partito con La sirenetta sia stato, almeno in parte, una reazione allo schiaffo di Fievel.

La canzone Somewhere Out There, cantata da Fievel e dalla sorellina Tanya che si sanno vicini senza sapersi trovare, vinse due Grammy e fu candidata all’Oscar: ancora oggi è impossibile ascoltarla senza un nodo in gola. Curiosità finale: il sequel Fievel conquista il West (1991) fu realizzato senza Bluth, che nel frattempo aveva rotto con Spielberg; e per qualche anno Fievel fu addirittura la mascotte ufficiale della Amblin nei parchi Universal.

Il triennio d’oro: dinosauri e cani in paradiso

La collaborazione con Spielberg (stavolta affiancato da George Lucas) produce un altro classico assoluto: Alla ricerca della Valle Incantata (1988), l’epopea del piccolo brontosauro Piedino orfano di madre, primo film interamente prodotto negli studi di Dublino. Anche qui Bluth non fa sconti: la morte della mamma di Piedino resta una delle scene più traumatiche e formative della storia del cinema per ragazzi. Il film è un successo enorme e alla prima settimana batte perfino Oliver & Company della Disney, uscito lo stesso giorno.

Don Bluth Alla ricerca della valle incantata

L’anno dopo arriva Charlie, Anche i cani vanno in paradiso (1989), storia di redenzione di un cane truffatore nella New Orleans anni Trenta. Il film esce lo stesso identico giorno de La sirenetta e stavolta la sfida la vince la Disney, ma con gli anni Charlie diventa un cult dell’home video. Su questo film pesa però una tragedia vera e atroce: Judith Barsi, la bambina di dieci anni che dà la voce alla piccola Anne-Marie (ed era stata Ducky nella Valle Incantata), fu uccisa dal padre violento nel 1988, prima dell’uscita del film. La dolcezza della sua voce, sapendolo, spezza il cuore.

Don Bluth Charlie

Il declino, Anastasia e l’ultimo volo

Gli anni Novanta sono crudeli con Bluth. Rock-a-Doodle (1991), Thumbelina (1994), Un troll a Central Park (1994) e Hubie all’inseguimento della pietra verde (1995) sono flop uno dopo l’altro: budget ridotti, sceneggiature deboli, e nel frattempo la Disney rinata di Aladdin e Il re leone domina tutto. Lo studio irlandese collassa.

Ma Bluth ha un ultimo colpo in canna. La 20th Century Fox gli affida i nuovissimi Fox Animation Studios di Phoenix, in Arizona, e lì, con l’inseparabile Gary Goldman, dirige Anastasia (1997): la favola romanzata della granduchessa Romanov diventa il più grande incasso della sua carriera, quasi 140 milioni di dollari nel mondo, tanto che ancora oggi moltissimi sono convinti che sia un film Disney (e infatti, ironia della sorte, dopo l’acquisizione della Fox oggi appartiene davvero alla Disney). Segue lo spin-off direct-to-video Bartok il magnifico (1999) e poi il canto del cigno: Titan A.E. (2000), ambiziosa space opera che mescola animazione tradizionale e CGI. Il flop è rovinoso, la Fox chiude lo studio, e la carriera cinematografica di Bluth finisce lì, a 62 anni.

Vita privata e curiosità

Don Bluth è sempre stato un uomo estremamente riservato. Non si è mai sposato e non ha figli: l’animazione, ha detto spesso, è stata la sua vita intera, insieme alla fede. È rimasto per tutta la vita un membro devoto della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, e ha vissuto per decenni a Scottsdale, in Arizona. Lì, lontano da Hollywood, ha coltivato l’altra sua grande passione: il teatro musicale, fondando il Don Bluth Front Row Theatre, un piccolo teatro dove per anni ha diretto personalmente musical con attori locali, curando scenografie e regia come fosse ancora un film.

Tra le curiosità: Gary Goldman è stato il suo socio e amico per oltre quarant’anni, una delle coppie creative più longeve dell’animazione; Dom DeLuise ha doppiato personaggi in ben cinque suoi film; lo stile Bluth è riconoscibile al primo sguardo per gli effetti “scintillanti” (acqua, luci, polvere magica) animati a mano fotogramma per fotogramma e per l’uso di attori veri filmati come riferimento, mai ricalcati. Negli anni Dieci ha tentato più volte, tramite crowdfunding, di trasformare Dragon’s Lair in un film, progetto poi finito nelle mani di Netflix con Ryan Reynolds. Nel 2022 ha pubblicato la sua autobiografia, intitolata, e non poteva essere altrimenti, Somewhere Out There: My Animated Life: il titolo della canzone di Fievel, il topolino che, come lui, era partito da solo verso un mondo enorme e spaventoso, convinto che da qualche parte, là fuori, ci fosse un posto anche per lui.

Filmografia essenziale da regista

Banjo the Woodpile Cat (1979, corto), Brisby e il segreto di NIMH (1982), Fievel sbarca in America (1986), Alla ricerca della Valle Incantata (1988), Charlie, Anche i cani vanno in paradiso (1989), Rock-a-Doodle (1991), Thumbelina (1994), Un troll a Central Park (1994), Hubie all’inseguimento della pietra verde (1995), Anastasia(1997), Bartok il magnifico (1999), Titan A.E. (2000). Più i videogiochi Dragon’s Lair (1983) e Space Ace (1984).