C’è un gesto che chiunque abbia guardato una partita tra la fine degli anni Ottanta e la metà dei Novanta riconoscerebbe a occhi chiusi: un braccio che si alza di scatto, il corpo che scatta in avanti di tre metri, e mezza squadra avversaria improvvisamente in fuorigioco. Franco Baresi lo ha fatto per vent’anni, sempre con la stessa maglia.
Oggi, 31 luglio 2026, quel braccio si è abbassato per l’ultima volta: il capitano del Milan si è spento a Milano a 66 anni, dopo una lunga malattia iniziata con un nodulo polmonare operato nell’agosto del 2025.
Franco Baresi: il ragazzino che l’Inter non volle
Franchino Baresi nasce a Travagliato, in provincia di Brescia, l’8 maggio 1960. Lo chiamano Piscinin, il piccolino, perché è esile e non sembra fatto per il calcio dei grandi. Suo fratello Giuseppe viene preso dall’Inter; lui no, troppo gracile. Lo accoglie il Milan nel 1977, e da quel momento il legame non si spezzerà più: debutto in prima squadra nella stagione 1977-78, capitano a 22 anni, fascia al braccio per quindici stagioni consecutive fino al ritiro nel 1997.
Nel mezzo, la scelta che lo rende leggenda prima ancora dei trofei: quando il Milan finisce in Serie B, due volte, all’inizio degli anni Ottanta, Baresi resta. Non è una decisione di comodo, è una dichiarazione d’amore. Chi conosce la storia rossonera sa che tutto il resto nasce da lì.
Il meme che era pura scienza
Il braccio alzato è diventato, decenni dopo, materiale da social: il fotogramma perfetto, la posa da vigile urbano, l’arbitro che fischia sempre. Ma dietro il meme c’era una delle costruzioni tattiche più sofisticate mai viste su un campo. La linea di difesa del Milan di Arrigo Sacchi — Tassotti, Costacurta, Maldini e lui , si muoveva come un solo organismo, e Baresi era il metronomo. Non correva all’indietro: anticipava. Non contrastava: leggeva. L’ultimo grande libero italiano ha reinventato il ruolo eliminandolo, trasformando la difesa da reparto passivo a strumento offensivo.
Il risultato è un palmarès che oggi sembra irreale. Con il Milan: sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Supercoppe Europee, oltre 700 partite ufficiali. Con l’Italia: 81 presenze, il Mondiale del 1982 vinto da giovanissimo senza scendere in campo, il terzo posto a Italia ’90 e la fascia da capitano nella finale di USA ’94.
Maradona, il rispetto tra due mondi
Le sfide tra il Milan e il Napoli di Diego Armando Maradona sono state la sintesi di un’epoca: il calcio geometrico e collettivo contro il genio individuale, il Nord contro il Sud, la difesa più forte del mondo contro l’attaccante più forte del mondo. Le immagini dei due che si scambiano la maglia a fine partita raccontano meglio di qualsiasi cronaca cosa fosse quel calcio: avversari totali per novanta minuti, poi due campioni che si riconoscono. Sono finiti entrambi nella FIFA 100, la lista dei migliori di sempre stilata da Pelé nel 2004.
Il rigore, e tutto ciò che venne dopo. Le lacrime di Franco Baresi
Pasadena, 17 luglio 1994. Baresi torna in campo per la finale venticinque giorni dopo un’operazione al menisco, gioca centoventi minuti da gigante, e poi calcia il primo rigore della lotteria contro il Brasile. Sopra la traversa. La fotografia di lui piegato in due, consolato da Pagliuca, è una delle più dolorose della storia azzurra , ed è anche il motivo per cui gli italiani lo hanno amato ancora di più.
Nel 1997 il Milan ritira la maglia numero 6. Nel 2020 lo nomina vicepresidente onorario. La sua ultima apparizione pubblica risale al 6 febbraio 2026, a San Siro, con la fiaccola olimpica di Milano-Cortina in mano accanto a Beppe Bergomi: rivali di una vita, uniti fino in fondo.
Il club lo ha salutato con tre parole: “6 Per sempre Capitano“. I funerali si terranno martedì nella basilica di Sant’Ambrogio.

